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Etiopia

Il viaggio in Etiopia dal 21 agosto al 4 settembre 2019

Un gruppo di 10 giovani, accompagnato da Don Matteo Pedrini, assistente spirituale della Caritas Diocesana, e da Giulio Bellini, operatore di “Insieme per la Famiglia” Onlus, anche quest’anno ha vissuto l’esperienza della condivisione con le popolazioni di Mokonissa e Gondar, in Etiopia. I ragazzi sono stati in particolare a contatto con i bambini della missione delle Suore Figlie di Sant’Anna e questo ha maturato in loro il senso di gratitudine per questa opportunità di allargare gli orizzonti della mente e del cuore.

Riportiamo qui la testimonianza di Eugenia, una delle ragazze che ha partecipato al viaggio: attraverso le sue parole si percepisce quanto prezioso sia stato incrociare gli sguardi dei piccoli e ammirare nei loro sorrisi la speranza che alcune volte facciamo fatica a scorgere negli occhi dei nostri ragazzi.

Non è stato semplice in questi giorni cercare di spiegare e di rendere a parole l’esperienza che ho vissuto in Etiopia, ma adesso, a freddo, comprendo che l’unica ricompensa per il grande dono che è stato questo viaggio sia trasmetterne la testimonianza.  Quando si parte per un viaggio del genere ci si aspetta sempre qualcosa, si pensa che ci sarà la possibilità di dare un aiuto concreto, ingenuamente si è fiduciosi di poter portare un cambiamento. Poi si prende contatto con la realtà delle cose e ci si sente piccoli perché si ha l’impressione che i nostri gesti scompaiano come granelli di sabbia nel deserto. Posso dire che l’unico vero cambiamento è quello che questa esperienza ha generato in me, rendendomi più consapevole, obbligandomi a mettermi in discussione.

Il nostro viaggio si è articolato fondamentalmente in due tappe, due missioni delle figlie di S. Anna, suore missionarie che ormai da decenni si spendono per garantire cure e istruzione nelle zone più povere del mondo. La loro comunità da qualche anno è in stretto contatto con la Caritas di Prato che ci ha permesso di fare questo viaggio. La prima tappa è stata  il villaggio di Mokonissa, nella ragione del Wolayta. Lì le suore hanno una clinica e un asilo, dove si prendono cura dei bambini e degli abitanti dei villaggi circostanti. La seconda tappa era invece nel nord dell’Etiopia, nella città di Gondar per la precisione. Qui abbiamo incontrato una situazione molto particolare. Da diversi mesi infatti lì si trovano centinaia di famiglia sfollate, profughi interni all’Etiopia, che hanno dovuto lasciare le loro case a causa di uno scontro etnico che ha diviso intere famiglie. Le suore hanno quindi preso in mano la situazione, offrendo ai bambini ogni giorno la colazione, il pranzo, del cibo da portare anche alle loro famiglie e delle aule dove si tenta di insegnare l’inglese e l’amarico, la lingua nazionale dell’Etiopia. In entrambe le missioni il nostro compito è stato quello di stare con i bambini, giocando con loro, facendo qualche lezione di inglese e aiutando le suore nel servire i pasti. Quella che abbiamo visto è stata una grande povertà materiale, la mancanza di cibo e di acqua, dei beni fondamentali, della possibilità di scegliere una vita diversa. Situazioni che ai nostri occhi non possono che apparire drammatiche. Quello che non ho mai visto però è uno sguardo disperato, uno sguardo perso. Ho trovato un’immensa gratitudine da parte di quei bambini per quello che stavo facendo, che era un nulla in confronto a tutto quello che ci sarebbe stato bisogno di fare.

Molti mi hanno detto in questi giorni, sentendo il mio racconto: “È un altro mondo”. È vero, è un altro mondo ed il confronto con questa “alterità” lascia disarmati in un primo momento, ma è ciò che ti dà la possibilità di metterti in discussione, di rivedere le tue priorità, illuminando la mente e l’anima con una luce diversa che improvvisamente rende tutto più chiaro. Nello sforzo di trovare un legame tra la disperazione oggettiva della situazione e i volti pieni di gioia dei bambini, si finisce per avvertire l’urgenza di ricercare il senso profondo della propria vita, del proprio agire nel mondo. In questo senso posso dire che questo viaggio è stato davvero un dono, assieme alla possibilità di conoscere le suore ed aiutarle nel loro lavoro. Queste donne compiono dei quotidiani miracoli, fronteggiando situazioni di continua emergenza, con grande forza d’animo, massimo impegno ed una fede incrollabile e assoluta nella provvidenza e nel suo progetto. La loro serenità nelle situazioni più difficili mi ha profondamente colpita e riempita di commozione allo stesso tempo. Per questo adesso, nell’attesa di poter tornare in quei luoghi, spero davvero di aver trovato le parole migliori per testimoniare la mia esperienza.

Eugenia

La Caritas di Prato in Etiopia: 20-31 agosto 2018

Il viaggio missionario che la Caritas Diocesana di Prato organizza ogni anno si è svolto questa estate in Etiopia, dal 20 al 31 agosto 2018, presso la missione curata dalla Congregazione delle Figlie di Sant’Anna. Avviata nel villaggio di Mokonissa, nella foresta etiope a 35 km da Soddo, dai frati Cappuccini, la missione è proseguita inizialmente in collaborazione con le suore e successivamente affidata in via esclusiva all’istituto femminile.

Insieme alla direttrice della Caritas, Idalia Venco, a un sacerdote, Don Matteo Pedrini dell’Associazione pubblica di fedeli “I Ricostruttori nella preghiera” con sede presso la Villa del Palco, e a due seminaristi del Seminario di Prato, sono partiti dodici giovani di età compresa fra i 19 e i 35 anni, pronti a mettersi in gioco in un’esperienza che per quasi tutti noi è stata la prima esperienza missionaria.

All’arrivo in aeroporto ad Addis Abeba, dopo circa 11 ore di volo, il gruppo è stato accolto da suor Teresa Carella, responsabile della missione. Il viaggio di andata si è concluso quindi dopo un ulteriore tragitto di circa sette ore in pullman, necessario per raggiungere Mokonissa, una tratta che già da sé ci ha dato modo di poter cogliere la realtà di miseria e indigenza che sarebbe stata incontrata una volta a destinazione. L’accoglienza, la disponibilità e il calore delle suore hanno giocato un ruolo fondamentale nel permettere a tutti di ambientarsi in un mondo veramente “altro” da quello che ognuno di noi aveva vissuto fino a quel momento.

Questo viaggio ha offerto ad ogni partecipante l’occasione di fare conoscenza diretta del tessuto sociale e delle realtà missionarie presenti, attraverso l’incontro con le famiglie direttamente nelle loro abitazioni e l’animazione coi bambini, oltre alla visita presso la clinica e l’asilo, a Mokonissa; mentre a Boditti (centro cittadino meno rurale del villaggio ospitante a 15 chilometri da Soddo) è stato possibile visitare le scuole elementari e medie, sempre ovviamente gestite dalle suore. Ancora nella stessa Soddo la Caritas Diocesana di Prato ha finanziato un progetto di microimprenditoria, attraverso i fondi raccolti mediante la Quaresima di Carità, che ha permesso l’apertura, da parte di due donne, di un chioschetto di frutta. Anche in questo caso è stato molto bello per noi vedere un piccolo, ma significativo frutto, sbocciato dai semi donati dalla nostra chiesa di Prato.

Le attività richieste ai partecipanti sono state per lo più semplici, senza particolare fatica o complessità intellettuale, ruoli che la maggior parte di noi aveva già rivestito nelle realtà parrocchiali di provenienza (si pensi anche al solo essere animatori dei campi estivi). La criticità più rilevante si è manifestata invece nello scontrarsi, soprattutto in un primo momento, con forme di povertà, oltre che estrema, presente in vesti totalmente estranee a quelle alle quali ci ha abituati il mondo occidentale, con tutte le difficoltà di comprensione non tanto linguistica quanto del modo di comportarsi, soprattutto dei bambini. Per questo si è reso necessario un aiuto forte da parte di Idalia, di don Matteo e delle stesse suore nell’introdurci a un modo di pensare fuori dagli schemi abituali.

In un primo tempo abbiamo quindi percepito queste persone come bambini semplicemente “ingestibili”, ai quali era risultato all’atto pratico impossibile insegnare non tanto dei giochi strutturati, quanto ancora prima, far fare loro un semplice cerchio. Siamo però stati aiutati a comprendere come questi siano bambini il più delle volte privati della possibilità di “essere bambini”, di giocare e crescere come siamo abituati dalle nostre parti. L’impostazione patriarcale delle famiglie di questa regione dell’Etiopia costringe le donne e i fanciulli ad essere coloro che portano avanti l’economia domestica, svolgendo tutti i lavori più umili e gravosi, come andare a prendere l’acqua o pascolare il bestiame. Comprendere tutto questo ci ha permesso di cambiare il nostro approccio, il nostro atteggiamento e la nostra consapevolezza.

Le occasioni di socializzazione sono state davvero molte: dalla messa del mattino con la comunità locale all’incontro con gli “ex-giovani”, ovverosia con i primi ragazzi di cui si prese cura suor Teresa quando arrivò a Mokonissa, oggi adulti con una famiglia ed una stabile occupazione, compresa la partita di calcio Etiopia-Italia (vinta dal gruppo missionario, ndr), disputata per volontà condivisa dei ragazzi del luogo e italiani. Il rito del caffè etiope ha rappresentato inoltre più volte un sereno momento di convivialità e conoscenza, sia con le suore che col parroco, oltre a regalare uno spaccato sulle usanze locali.

Hanno coronato l’esperienza la visita alla realtà di accoglienza e recupero di ragazzi di strada voluta e portata avanti da Abba Marcello a Soddo su invito di uno dei responsabili della struttura, conosciuto dalla Caritas Diocesana di Prato a Pesaro (da cui Abba Marcello proviene), e la visita alle cattedrali cattoliche e ortodosse e a similari realtà di vita comunitaria, sempre ortodosse.

La convivenza e i momenti di condivisione e preghiera comune quotidiana hanno contribuito a creare unione fra noi, un gruppo di persone che si è incontrato praticamente per la prima volta per questa occasione, ognuno proveniente da diverse realtà e da diverse esperienze pregresse. Vivere questi tempi insieme è davvero servito a incoraggiare il confronto e la riflessione, nonché ad indirizzare le attività della giornata sui binari del messaggio evangelico.

È stata occasione per molti di approcciarsi per la prima volta alla povertà nella sua forma più cruda, nelle periferie esistenziali (ma anche del mondo), violentemente stimolati a introiettare e riflettere su temi che spesso si preferisce ignorare per la loro difficoltà e per il senso di inadeguatezza di fronte a qualunque sforzo venga profuso nel tentativo di cercare una soluzione a problemi immensi. Una povertà però qui vissuta senza rabbia, col sorriso, dei piccoli come dei grandi, una povertà materiale a cui non corrisponde una povertà umana che tanto rischia di assuefare un mondo, il nostro, dove di materiale non manca niente.

La constatazione forse più ovvia, ma non la più immediata, vista la quantità ingente di sollecitazioni che le giornate avevano da offrire, riguarda la presenza viva della Chiesa, unico sostegno in ambienti altrimenti lasciati completamente a loro stessi, piccolo gregge pulsante nel suo farsi annunciatore tramite l’esempio, o come nel caso delle sorelle che ci hanno accolto, attraverso tutta una vita spesa per gli altri.

Il bilancio dell’esperienza non può che considerarsi positivo su tutta la linea, ovviamente senza considerare il “positivo” come “bello”, bensì leggendo nella giusta ottica il “positivo” di un’esperienza che voleva essere un qualcosa di forte, segnante, punto di partenza per ulteriori riflessioni e considerazioni, sprone e “vocazione” per la fede di ciascuno dei partecipanti: obiettivi pienamente centrati, nella speranza che diventino veicolo di sano contagio di quella carità di cui c’è tanto bisogno anche nei nostri ambienti.

G.

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Non è la prima volta che vado in Africa. È sempre per me una gioia incontrare questo popolo tanto semplice nel proprio vivere quotidiano, ma così complesso nelle sue tradizioni e, in ogni caso, secondo me, con tante cose da insegnarci.

In questo viaggio abbiamo avuto modo di incontrare molte persone, sottolineo “abbiamo” perché chiaramente non ero solo, ma con un gruppo di “piccoli missionari” eterogenei tra loro, ma con un intento unico: aiutare il villaggio di Mokonissa dove abbiamo vissuto per una settimana.

Per arrivare alla missione occorre lasciare la strada asfaltata che proviene dalla capitale e dopo una mezz’ora di macchina su una strada di terra battuta si arriva alla missione. Già percorrendo questa strada si possono vedere le loro abitazioni molto vicine tra loro chiamate “tucul”, con tanti bambini vestiti poco e male e molti senza scarpe. Quasi tutte le famiglie sono contadine, anche se non tutte possiedono una terra da coltivare. Comunque la gente pur nella estrema povertà è sempre allegra, affabile e aperta.

Indro Montanelli che conosceva bene l’Africa, e in particolare l’Etiopia, diceva: “Per aiutare l’Africa non servono né le diplomazie con i loro protocolli, né gli eserciti con le loro armi: servono solo i missionari. Se vogliamo aiutare l’Africa aiutiamo loro”.

E credo che questo ancora oggi sia vero, secondo la mia esperienza missionaria; e ancor di più dopo aver incontrato le suore, le Figlie di Sant’Anna. La loro presenza lì è di estrema importanza per il loro impegno nell’istruzione e nell’educazione cristiana della gioventù ( gestiscono una scuola materna e una scuola elementare). Un altro elemento importante e il loro impegno nel campo infermieristico in favore dei malati e degli orfani. Tutto il loro impegno e questa dedizione alla gente di Mokonissa è apprezzato dalla gente stessa che mostra loro grande rispetto e amore.

Siamo stati nelle “periferie esistenziali “con i più poveri, come ci invita ripete spesso Papa Francesco; siamo andati per creare ponti di umanità aiutando le suore di Sant’Anna missionarie di Mokonissa.

M.

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Insieme ai giovani della Caritas sono partito alla volta dell’Etiopia con molta trepidazione e, devo dire la verità, anche con un po’ di preoccupazione. L’impatto iniziale, una volta scesa dall’aereo, non è stato dei migliori: l’aria inquinata, la confusione, mi avevano creato ansia, finché tra il via vai di gente non si è fatta avanti suor Teresa che ci ha accolti con un grande sorriso, per me rassicurante.

Non avrei mai immaginato di trovare questo sorriso nel volto dei poveri di Mokonissa, in quello dei bambini che ovunque ti si stringevano attorno, come anche in quello dei più anziani che ti accoglievano con una disponibilità disarmante. Mi sono accorto che qui i poveri sorridono sempre. È un sorriso che non nasconde l’indigenza, ma fa emergere una straordinaria umanità di cui noi, che abbiamo tutto, siamo spesso poveri.

Per un attimo ho smesso di pensare ai poveri come un problema e li ho visti come un dono. È proprio vero, i poveri, come dice Papa Francesco, ti “evangelizzano”, ti costringono a rivedere tante cose, a cambiare stile. I poveri ti sorridono e dietro il loro sorriso c’è quella misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso la loro vita.

S.

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Un viaggio attraverso le immagini che hanno riempito gli occhi ed il cuore dei nostri ragazzi…

Il servizio mandato in onda da TvPrato sul viaggio in Etiopia

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