Negli ultimi anni, “nel Paese africano c’è un vero e proprio attacco da parte dello Stato nei confronti della Chiesa e delle sue opere compiute a favore della popolazione: prima sono state chiuse o nazionalizzate le cliniche sanitarie gestite da congregazioni religiose o dalle eparchie (le diocesi dell’Eritrea), adesso è il turno degli istituti scolastici cattolici. La chiusura delle scuole superiori è iniziata nel 2018 mentre adesso è il turno delle altre istituzioni educative, dagli asili alle medie primarie”, evidenzia la Caritas di Prato. “La nostra preoccupazione è forte per questa situazione e ci sentiamo direttamente coinvolti perché tra le scuole chiuse o in via di chiusura ci sono anche quelle realizzate con il contributo delle nostre realtà locali di Prato e Firenze”, dice Mario Lanza, condirettore della Caritas diocesana e presidente di Chebì onlus, associazione che da vent’anni porta avanti progetti umanitari in Eritrea.

Il rapporto tra Prato e il martoriato Paese del Corno d’Africa, dove da trent’anni è al potere una dittatura militare, nasce nei primi anni duemila grazie all’interessamento della Caritas e con la nascita di gruppi missionari come Shaleku, l’associazione Madonna della Fiducia e la già citata Chebì onlus. “Fino al 2017 siamo sempre riusciti a inviare alle nostre missioni dai due ai tre container all’anno pieni di generi alimentari, arredi scolastici, medicine e materiale sanitario – afferma Lanza –, poi siamo stati bloccati dalle autorità locali. Negli ultimi tempi, non senza difficoltà, abbiamo potuto far arrivare qualche aiuto di tipo economico”.

“L’Eritrea è uno dei Paesi più poveri del mondo, negli ultimi venti anni sono scappate almeno un milione di persone su una popolazione totale di cinque milioni. Il servizio sanitario e scolastico fornito da religiosi, come le suore Figlie della Carità, e da eparchie è importante se non fondamentale in zone nelle quali non c’è assolutamente alcun sostegno da parte dello Stato”, ricorda la Caritas di Prato. La scuola di Hagaz, per esempio, è nata con il contributo della Caritas di Prato e di Shaleku e si trova a Keren, un territorio del tutto privo di servizi. “Anche questa struttura è destinata a chiudere, per questo abbiamo deciso di rilanciare la denuncia pubblica dei vescovi eritrei”, conclude Lanza.