Un’esperienza al “Rione Sanità” (NA): 20-25 luglio 2020

Per raccontare questo viaggio abbiamo deciso di affidarci ad alcune testimonianze dei giovani che hanno partecipato all’iniziativa, fra di loro anche alcuni seminaristi della nostra diocesi. In questo viaggio il gruppo  è stato accompagnato da Don Matteo Pedrini, dei Ricostruttori nella Preghiera, comunità monastica che vive presso la Villa del Palco.

La scelta del Rione Sanità è stata pensata da Idalia, direttore della Caritas, per la sua conoscenza con Don Antonio Loffredo, parroco di quel territorio che conta quasi 32.000 abitanti, un sacerdote che ha lavorato a lungo per offrire un’orizzonte di speranza ed un futuro di bellezza a tutte le persone per le quali è stato inviato come pastore. Insieme a loro, in particolare con i giovani, è stato creato uno stile di vita diverso, concreto e trasformante, che è possibile ascoltare negli scritti che vi proponiamo. 

Da Prato a Napoli alla ricerca della bellezza

Prima di partire con il gruppo Caritas Diocesana di Prato per questo viaggio attraverso l’associazionismo napoletano, del capoluogo campano ne avevo solo sentito parlare. Un brusio di voci l’una totalmente discordante dall’altra, tutto ed il contrario di tutto, quasi da chiedersi se fosse possibile stessero parlando della solita città. Poco tempo in questa terra mi è bastato per capire che Napoli non è una città, ma un mondo e come tale vive di sue logiche, tradizioni e contrasti. Spesso qui il brutto è così dannatamente brutto, ma forse proprio per questo il bello è così sorprendentemente bello.

Abbiamo alloggiato nel quartiere della Sanità alla Casa del Monacone, un ex convento trasformato in un progetto di accoglienza dalla cooperativa “La Paranza”. Qui il benvenuto di Don Antonio Loffredo ci ha subito calato nella realtà di una città e di un Rione troppo spesso lasciati al proprio destino. Don Antonio ci parla guardandoci dritti negli occhi, nel suo sguardo tutta la determinazione spesa in questi anni per un futuro diverso da offrire ai suoi ragazzi: ”Il Rione della Sanità è da sempre uno dei più problematici di Napoli, per muoversi all’interno della città non è neanche strettamente necessario passarci, motivo per il quale il quartiere ed i suoi abitanti sono stati da sempre emarginati. Direi che è per questo che troviamo qui molti senza tetto di Napoli. Alla Sanità sappiamo bene cosa vuol dire vivere nell’emarginazione e per questo non si esclude nessuno. Quando sono arrivato qui anni fa, ho speso i primi due anni per capire la realtà nella quale mi trovavo, per poi creare e formare una comunità di giovani che potesse risollevarsi partendo dal bello”.

La svolta quando la cooperativa “La Paranza” ha ottenuto la gestione delle catacombe di San Gennaro. I giovani del territorio sono riusciti a restituirgli l’antico splendore: la manutenzione, una nuova illuminazione al neon e le guide hanno reso negli anni le catacombe tappa fondamentale per qualsiasi turista venisse da fuori. Questo ha permesso a molti ragazzi del territorio di trovare un lavoro stabile, assaporando il fascino di farlo tramite le bellezze della propria terra, mantenendo così vivo un forte senso identitario. Don Antonio ci tiene poi a spiegare la loro visione economica e le scelte che vengono fatte in questo ambito: ”I ragazzi hanno autonomamente scelto che un unico biglietto sia valido per le catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, e che l’una può essere visitata entro un anno di distanza dall’altra. Gli organi del clero entrano gratis, non per favore alla Chiesa, ma affinché possano spargere la voce a più gente possibile. Questa non è economia fine a se stessa, finalizzata alla semplice ricchezza, la nostra è un’economia generativa, tutte le scelte sono pensate affinché non solo generino denaro, ma soprattutto nuove opportunità”

La rivalsa però si allarga ben oltre i confini della Sanità, è il caso di “Fuori di Zucca”, una fattoria sociale sorta nell’ex Ospedale psichiatrico di Aversa, che oltre ad occuparsi dell’inserimento lavorativo di alcune persone più disagiate, riesce a portare in tavola i sapori della cucina campana. Questa cooperativa è anche socia fondatrice della pizzeria sociale a Casal di Principe: “NCO – Nuova Cucina Organizzata”. “Il nome” ci racconta uno dei fondatori “prende spunto dalla NCO, Nuova Camorra Organizzata. Volevamo riappropriarci anche di quella sigla, ed abbiamo un sogno: che un giorno digitandola su internet si faccia riferimento prima alla nostra pizzeria che alla Camorra”. Ce lo spiega durante il pranzo insieme, quando qualcuno chiede quanto sia stato importante per lui, e conseguentemente per la nascita di queste cooperative, essere cresciuto con Don Antonio. “Don Antonio è stata una figura sicuramente importante, ma tutto questo nasce da delle idee prima che da delle persone, da un’idea di riscatto, da un’idea di cooperazione per la quale insieme avremmo creato qualcosa di grande”.

Tutte queste cooperative nate sul territorio, legate da idee e lavori comuni, hanno dato lavoro a tempo indeterminato a centinaia di giovani del posto, in quella che è una risposta chiara e precisa, al fatto che, forse, per molti di loro si sta aprendo uno spiraglio ed una prospettiva diversa dal fare manovalanza alla camorra. 

L’ultimo giorno lo passiamo proprio dove tutto era partito, alla Sanità, per la visita alle Catacombe. La guida alla fine del giro, ci guarda, sorride e ci dice: ”Mia mamma ancora non crede al fatto che io porti in giro per il Rione turisti di tutto il mondo, ai suoi tempi qui era tutto così brutto”.

Forse proprio per questo adesso è tutto così bello.

F. M. (Servizio Civile)

Evangelizzare l’umano

“Evangelizzare l’umano per umanizzare l’uomo”: potrebbe essere questa, in sintesi, l’esperienza pastorale che padre Antonio Loffredo, parroco di cinque parrocchie del rione Sanità di Napoli, porta avanti da oltre quindici anni in uno dei quartieri più difficili e fino a pochi anni fa degradati della città. L’entusiasmo e la luce che brilla nei suoi occhi è quello di chi ha scoperto come il buon seme possa germogliare anche tra i rovi, di chi ha investito energie e forze in quel campo abbandonato e incolto, perché vi ha scorto un potenziale “invisibile agli occhi”.

Con la cooperativa “La Paranza” ha trasmesso ai suoi giovani (tra cui ex detenuti e tossicodipendenti) che “i problemi possono diventare risorse”, che nessuno è scartato, che nessun luogo è destinato a rimanere quello che è. Attraverso una rete che ha coinvolto pian piano e non senza fatica tutto il rione, questo gruppo di giovani nel corso degli anni ha fatto rifiorire il quartiere, incominciando proprio dalle radici. È infatti in seguito alla presa in carico delle Catacombe di san Gennaro che la Sanità ha aperto le sue porte, abbattendo quei muri di sospetto e precomprensione che col tempo l’avevano trasformata, in un vero e proprio ghetto. “Padre Antonio ci ha insegnato che è possibile vivere diversamente, che i giovani non devono per forza scappare da qui” dice Gaetano, uno dei capostipiti dell’Associazione “San Gennaro”: con la vicinanza alla gente, con un’attenzione “mistica” al territorio, capace di cogliere gli squarci di luce nel grigiore di palazzi fatiscenti, con la predisposizione tipica dei napoletani alla bellezza e all’arte (tra le varie attività presenti, spiccano il laboratorio di teatro e l’orchestra sinfonica giovanile), padre Antonio e i suoi ragazzi hanno annunciato quel Gesù che si è fatto vicino ad ogni uomo, per liberarlo dalla condizione di marginalità e ricollocarlo al centro della storia, al centro del cuore stesso di Dio, dove nessuno è abbandonato o lasciato alle periferie.

Questa capacità evangelica di vedere il bello, il potenziale nascosto in ogni uomo, il seme di vita che desidera l’acqua in mezzo al deserto e alla solitudine caratterizza anche padre Francesco, frate carmelitano e responsabile della “Mensa del Carmine”, una delle strutture in cui vengono forniti i pasti per i senza dimora della città. Nemmeno la recente epidemia ha fermato gli “angeli della pandemia”, che durante l’emergenza hanno servito fino a 1100 pasti giornalieri, in formato take away. “Normalmente i pasti sono serviti al tavolo, è importante che questi nostri fratelli si sentano a casa”, dice padre Francesco: incontrare il loro sguardo, talvolta spento o annebbiato, è il vero cibo di cui hanno bisogno; per un attimo non sono più degli invisibili, si è lì per loro. Il sacramento della carità diventa in questo modo accesso diretto per un incontro vivo con Gesù, un incontro umanizzante, un incontro di amore e di presenza di Dio in mezzo alle vicende travagliate dell’uomo, che non è mai dimenticato.

Ha occhi che sanno penetrare la realtà anche suor Lucia, della congregazione di Maria Bambina, che da dieci anni porta avanti il progetto di doposcuola e alfabetizzazione nel rione Sanità, in cui il tasso di dispersione scolastica è alto. Anche lei crede profondamente nell’uomo, nelle sue capacità: la cultura, lo studio, l’accostarsi alla bellezza narrano anzitutto quella dignità che Dio ha posto nel cuore di ciascun uomo, è la prima arma per un riscatto da una mentalità che invece vorrebbe sfruttare la persona, annientandone l’umanità.

Padre Antonio, suor Lucia, padre Francesco: testimoni di quella “Chiesa in uscita” tanto auspicata da papa Francesco; non angosciata da eventi, da numeri o da performance, ma che silenziosa semina, amando quei campi cosparsi di sassi e di spine, il buon seme del Vangelo, che può maturare solo assieme all’uomo, con la sua storia, che è sempre storia di salvezza. Un modello di Chiesa che innesca nuovi processi, che anche nella nostra realtà cittadina aspetta di trovare proposte e frutti.

G. A. (Seminarista)

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